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Valen.

Succede che a me il fantasy non fa sempre impazzire. Cioè, mi piace, ma devo avere davvero un buon motivo per leggere qualcosa di nuovo. Visione limitatissima e assolutamente blasfema... ma dopo "Il Signore degli Anelli" non è che senta proprio il bisogno di approfondire oltre. Mentre di noir ne leggerei a palate (e ne leggo a palate e addirittura ne lascio anche qualcuno a metà), di fantasy... beh. Ne leggo pochi.
Leggo i romanzi di Cecilia Randall e mi piacciono. Ho letto un po' del Trono di Spade e mi è piaciuto. Sto leggendo Patrignani e pure quello mi piace. Ma c'è sempre un buon motivo per superare la soglia base di diffidenza verso un genere che forse mi ha ubriacato un po' da ragazzo. Ok, sto parlando di me e non di quel manico infinito di Matteo Scalera. A parte che è di Parma (e nessuno è perfetto) Matteo è un amico di lunga data. Era il più figo del quartiere quando faceva le sue pin up super dinamiche e inchiostrate con segni netti e grafici. Era figo quando è sbarcato negli USA e adesso che ha sporcato e reso molto più sofferto il suo tratto è un figo assoluto. Ecco, questo è il "buon motivo" per leggere "Valen" delle Edizioni BD: un fantasy sporco, con un assunto chiaro alla base (pregio sconfinato!), capace di raccontare un mondo senza troppi spiegoni.

Bacilieri. Al volo.

Neanche devo dirvelo quanto è bello "Sweet Salgari". Si compra da solo. A partire dal titolo, dall'autore. Dall'argomento.
Ma è importante invece sapere che anche "Sul pianeta perduto" (per i testi di Antonio Serra) è un piccolo gioiello. Perchè magari così, nella veste un po' balenottera dei romanzi a fumetti Bonelli, uno potrebbe anche non accorgersene. E invece anche qui, al servizio di una storia di fantascienza 'buona' e avventurosa al punto giusto, Bacilieri ci regala delle tavole di un eleganza e di una sintesi incredibili. E quelle strisce di tre vignette grandi come francobolli dove succede la malore? Ma dico! Mica per andare al chilo, ma dove trovate così tante tavole splendide a un prezzo così basso? Comprare. Subito.

Beta.

Prologo: io che mi impappino venerdì mattina presto incontrando Luca e Luca dicendogli "Ho qui il vostro Zero... Ehm... Zeta. Ehm... Beta". Ok. Scusate. Con i titoli sono un tordo. Migliorerò.
Avevo acquistato il primo volume di Luca Vanzella e Luca Genovese per BAO Publishing alla scorsa Lucca. Ho comprato il secondo e, no. Non ho preso il cofanetto. Scusate ma i cofanetti io li distruggo. Li piego sempre senza volere e poi finisce che ci rimango male e li butto. Quindi ho i due volumi in scaffale senza cofanetto.
"Beta." (inteso come i due volumi che lo compongono) sta ai ricordi della mia infanzia su robottoni & co è un po' come il "Casino Royale" di Campbell sta a "Dalla Russia con amore." Un atto d'amore e una bella storia. Complessa, articolata, per niente indulgente nei confronti del lettore e servita splendidamente dal tratto sporco e potente di Genovese. Mi sono andato a rileggere il primo per gustarmi fino in fondo anche il secondo. Lo faccio solo con qualche episodio di "Sons of Anarchy". Ecco.

Il giudizio del corvo.

C'è poco da dire.
Un Dylan che potrebbe stare nei primi cinquanta numeri.
Bello, come non ne leggevo da tanto.

Quando un albo Bonelli esce così bene mi ricordo improvvisamente quanto è grande e importante il lavoro che questa casa editrice svolge mese dopo mese da decenni. E di quando ho riletto un numero indefinito di volte "Memorie dall'invisibile".

Quando un albo Bonelli esce così bene vuole dire che tutte le persone che ci hanno lavorato sono state messe in condizioni di farlo al meglio. A parte i disegni di Caluri (che sono perfetti, incluso l'occhietto schizzato alla Don Zauker del Dylan che cade), qui Recchioni scrive una storia che usa il personaggio in modo esemplare. Si tratta, finalmente, di una storia "su" Dylan Dog e non solo "con" Dylan Dog. Sicuramente merito del curatore della serie, Giovanni Gualdoni, aver vigiliato adeguatamente sul personaggio negli ultimi anni in modo da conservare certi temi (e certe libertà) per quegli autori, come Roberto, che sanno valorizzarle e trasformarle in storie importanti. Per capirci: se ogni due numeri Dylan fosse posto davanti a una bottiglia di scotch il tema del suo passato alcolismo sarebbe totalmente depotenziato e macchiettistico (e questo, credo è merito dell'attenzione del curatore nella revisione dei soggetti e delle sceneggiature). Io che non sono un lettore di Tex, dopo questo Dylan, ero così carico che mi sono preso lo speciale a Colori numero 2.
E mi è pure piaciuto.

Pausa estiva.


Mica tanto pausa. Complice un menisco messo male ho avuto molto più tempo del previsto per leggere. Ho passato alcuni giorni (il perché è una storia lunga) seduto sul lungo mare di alcuni paesini della Liguria con la sola compagnia dei libri che riuscivo a reperire nelle edicole marittime (luogo mitico e ricco di sorprese). Riepilogo in ordine sparso.

Marco Malvaldi, Il gioco delle tre carte
Estivo. Una versione appena più sanguigna della "Signora in giallo". Non è quello che si può definire un noir duro ma è comunque intelligente e divertente.

Q. Xiaolong, Di seta e di sangue
Una scoperta. Da anni, in libreria, mi capita di prendere in mano i libri di Xiaolong, poi per qualche motivo li riappoggio sempre. Non so se capita anche a voi, ma è una specie di danza: passi, raccogli due\tre volumi, ci pensi, ti guardi attorno, ne riappoggi uno, poi l'altro, poi ti liberi le mani e alla fine compri al volo un quarto volume al quale non avevi neanche pensato. Vabbè. Complice la situazione complessa di cui sopra sono riuscito finalmente a leggere uno dei romanzi della serie dell'ispettore Chen Cao. Un mix sapientissimo di indagine storica e sociale, esotico (per definizione), e capace di tenere insieme egregiamente i temi più ruvidi del noir e uno sguardo antico, quasi da racconto morale.

Alicia Giménez Bartlett, Serpenti nel paradiso
Era dai tempi dei primi Montalban dedicati a Pepe Carvalho che non 'tornavo' a Barcellona e devo dire che l'attesa è stata ripagata. Non particolarmente sottile nell'occultamento del colpevole ma vibrante, reale. Una scrittura che fa sentire il sudore, il caos di Barcellona, d'estate. Questo (e i precedenti) li ho letti nell'edizione di Repubblica, ma credo (vedi poi) che Sellerio e Marsilio saranno gli editori dell'autunno, per quanto mi riguarda.

Henning Mankell, La quinta donna
Qui il discorso è più spinoso. Perchè questo è il terz'ultimo "Wallander" che mi è rimasto. Altri due e poi fine.  Così dopo Izzo e Evangelisti rimango anche senza Mankell. Che è una mezza tragedia, perchè la sua scrittura ha un effetto estremamente terapeutico sui miei nervi. Distesa, ampia nella costruzione dell'intreccio, progressiva e estremamente vitale. In questo episodio poi la vita del protagonista subisce quei due o tre scossoni che conferiscono al romanzo un tono dolente e potente al tempo stesso. Quando avevo quindici anni mi chiedevo come facesse la gente a leggere i noir. Leggevo solo fantascienza e mi sembravano insopportabili questi ispettori perennemente depressi, sempre sul punto di cambiare lavoro o di spararsi un colpo. Adesso finisco "La qunita donna" con gli occhi lucidi. Forse il segno più profondo del tempo che è passato (più del menisco scassato e della pupa in arrivo).

Gianrico Carofiglio, Testimone inconsapevole e Ad occhi chiusi
Altra scoperta. Letti ciascuno in due orette circa (il primo nella tratta Palinuro-Roma, il secondo tra Roma e Modena). Veloci, precisi, apparentemente di maniera (protagonisti che hanno nella cucina e nella musica il proprio coro greco se ne sono visti a pacchi) ma capaci di inchiodarti alla pagina e ai protagonisti con un senso profondo dell'umano e una scrittura autoironica. Nota a margine: è la seconda volta che mi capita di finire un libro di fronte a una libreria e di entrare per comprare "il seguito". Mi era capitato, due anni fa, con "Uomini che odiano le donne". Ed è bellissimo.

Nella mia sportina di carta Feltrinelli oggi mi porto a casa L'allegra apocalisse di Arto Paasilinna, L'isola dei cacciatori di uccelli di Peter May (su consiglio di Giuseppe Petrozziello), Tramonto e Polvere di Joe Lansdale e Ragionevoli dubbi di Gianrico Carofiglio.

Questo per quanto riguarda i libri. Per i fumetti ne parliamo poi.

Revolver.

Ricordo un certo entusiasmo quando, ai tempi, Einaudi varò la collana Stile Libero (e in parallelo la collana dei tascabili con costina nera dedicata al noir in senso lato). Erano tutti titoli che mi interessavano, di autori che conoscevo o che avrei voluto conoscere. Aspettavo le uscite in libreria quasi come si aspetta il nuovo Dylan Dog o il nuovo Topolino in edicola. Poi ovviamente l'incantesimo si è rotto, ma non prima di avermi fatto infilare nello scaffale tanto Lucarelli, Ellin, Skip e Spector, antologie eccezionali (alcune delle quali curate dal cordialissimo Daniele Brolli)...

Vuoto.

Negli ultimi anni c'è stata l'invasione di autori nordeuropei. Sellerio, Einaudi, Marsilio... Ma non era la stessa cosa. Quando Einaudi inizia a pubblicare noir svedesi e simili sei TU a doverti districare tra i titoli, a scegliere. La collana Revolver invece è tutta un'altra cosa. Intanto dietro c'è un nome e un cognome, Matteo Strukul (e un editore per il quale pubblico, incidentalmente, anche io, fine della dietrologia). E un progetto. Un progetto editoriale al quale, per ora, mi sono affidato senza delusioni. Così per la prima volta ho comprato un libro solo per il gusto di vedere cosa mi "consigliava" Matteo, cosa aveva scovato al di fuori dei soliti filoni action\noir\gialli commerciali. Così se "Sinfonia di piombo" è stata una piacevole conferma del talento pop di Victor Gischler (con tutto il suo carico di non sense e di situazioni caricaturali), "Dietro le sbarre" di Allan Guthrie è stato una vera e propria scoperta. Disturbante, ben scritto e cinematografico quanto basta. Il prossimo sul comodino è "Fuochi del nord" di Nikitas. Per chi ama piombo, tensione e romanzi che non hanno un "numero 2" (leggi: dove può morire chiunque tanto non sono i primi di una lunga serie) o per chi si sente un po' orfano delle stagioni migliori dei "Gialli Mondatori"... consigliati entrambi i titoli.

Mi sono davvero perso moltissimi pezzi.

Nel senso che in questi ultimi giorni (settimane) avrei avuto davvero tante cose da raccontarvi, ma gli impegni si accavallano e, come sempre, il blog resta indietro.
Ci tenevo intanto a segnalare l'uscita del nuovo numero di "Mytico!" di Matteo Casali e Maurizio Rosenzweig... Bello. Bello. Bello.

Matteo è sicuramente tra tutti noi il più bravo a raccontare gli episodi più densi e introspettivi della saga, e questo già lo sapevamo. Ma Maurizio qui si è proprio superato. Ha preso la gabbia classica della pagina e ci si è sistemato dentro da vero signore... I numeri sul Minotauro e il primo su Perseo era molti belli, ma questo è decisamente imperdibile. Almeno secondo me. Lunga vita a "Mytico!".

Back in time 01 - Incontro alla Tenda con Roberto Valentini

Ormai è passato un po' di tempo, ma come dicevo nel post precedente sono davvero rimasto indietro. Il primo viaggio a ritroso ci riporta a un paio di mesi fa, all'incontro con Roberto Valentini, autore di "Nella città di cemento" all'immancabile Tenda e sempre sotto l'ala vigile dell'Asino che Vola. Nel terzo romanzo dedicato al suo personaggio (il giornalista "in esilio" Carlo Castelli) ci troviamo alle prese con un tema che si sta guadagnando una bella denominazione DOC in territorio modenese: i rapporti tra infiltrazioni criminali e edilizia. Resistendo alla tentazione dell'inchiesta giornalistica 'camuffata', Valentini sta dentro al genere in modo consapevole e puntuale, mescolando abilmente umane debolezze e interessi nascosti sotto al velo sottile di decenza di una città (un tempo) per bene.

Sutter e Sanlaville.


Quando ho letto "Hollywood Jan" di Vives e Sanlaville mi sono detto "Figo questo Vives!". Poi col tempo, non è che mi sia ricreduto, ma ho capito che, quello che in "Hollywood Jan" mi era piaciuto era probabilmente opera al 99% di Sanlaville (del quale ho amato alla follia "Rocher Rouge" ancora colpevolmente inedito in Italia). E questo è un fatto. Sempre qualche tempo fa ho visto le sette stagioni di "The Shiled" tutte d'un fiato e mi sono detto, figo però questo Shawn Ryan. Poi vabbè, "The Unit" non è che mi abbia fatto impazzire. "Lie to me" mi ha rotto le palle dopo dieci episodi. E "The Chicago Code" l'hanno chiusa (che poi aveva più del sequel di "The Wire" che altro). Poi ho capito, dopo aver visto la terza di "Sons of Anarchy", che quello che mi piaceva di "The Shiled" forse era merito di Kurt Sutter. Quindi nella mia personale classifica, Vives e Ryan stanno a zero. Viva Sanlaville e Sutter.

Cave Canem.

"Cave Canem" di Nicolò Assirelli è alla fine il primo acquisto lucchese di cui riesco a parlare con un po' di calma (e con un incredibile ritardo). D'altronde è stato anche il primo di suddetti acquisti che ho letto.

Ho avuto il piacere di incontrare Nicolò prima di conoscere il suo lavoro in occasione di un incontro in quel di Milano e alla fine, per quel poco, posso dire che, di persona, assomiglia molto al suo esordio.
Misurato, pacato, curioso e con personalità.
"Cave canem" è una lettura piacevole, a tratti sorprendente, ma quello che lascia sbalorditi è l'incredibile maturità nella tecnica narrativa (qui ci stava meglio storytelling ma sto provando a disintossicarmi dalle parole anglosassoni, okay?). Nicolò racconta tutto in modo preciso, e al tempo stesso osa, sperimenta sulla costruzione della tavola e modula il segno con una facilità che lascia ben sperare per le sue prove future.

La copertina tra l'altro è assolutamente magnetica. Serve altro?

Ma quindi?

Sono stato a Lucca, e subito dopo a Genova. Giusto due giorni prima che l'acqua invadesse la città (ma di questo non mi sento di parlare).

Ho una montagna di fumetti da leggere ma per una serie di motivi li avrò finalmente in mano solo stasera.

Nel frattempo però ho letto "Oltre la soglia", esordio letterario 'tradizionale' di Tito Faraci (che proprio un esordiente, in senso assoluto, non è). Sarò sintetico perchè visti i molteplici rapporti di lavoro e di amicizia che mi legano a Tito il rischio è quello di suonare poco credibile. "Oltre la soglia" è un horror per ragazzi (ha senso come definizione? i "ragazzi" di solito leggono quello che leggono gli adulti o le persone di 5\6 anni più vecchie in teoria...), veloce, duro, molto visivo. Dialoghi diretti, efficaci e veri. Regia degli stacchi ben calibrata e un po' di sano terrore (e sì, anche un po' di sangue). Sta alla perfezione dentro ai generi e aggiunge qualcosa di nuovo. Unica pecca forse la copertina, che a livello epidermico mi ha fatto pensare a un fantasy urbano.
Comunque se gli horror per ragazzi sono così, forse dovrei leggerne di più.

Il libro dell'estate.

Quasi me lo dimenticavo. Volevo dedicargli un post ad hoc e quasi me lo scordavo. Pensa te.

Pascal Garnier io proprio non lo conoscevo. Elisa mi ha passato il libro mentre eravamo da Feltrinelli a goderci l'aria condizionata. Bello il titolo, bella la copertina (e poi non facciamo i sofisti che personalmente, almeno la metà dei libri di autori 'nuovi' io li scelgo così, attratto da titoli e copertine, come una zanzara dal faretto della morte...). Bella l'introduzione.
Lo compro.

Il romanzo è splendido. Una sequenza d'apertura potente (ma dolente) come quella, mai superata, di "Posizione di tiro" di Manchette. Una storia che trasuda disperazione, molto 'francese', priva o quasi del minimo spiraglio di luce o della minima concessione al lettore, eppure a tratti comica. Ingredienti: la provincia francese, un killer prossimo alla pensione che già a pagina 20 ci rivela il proprio epilogo esistenziale, un ragazzo un po' semplice, una madre anziana (che sembra un relitto beccheggiante) e una giovane donna più o meno in fuga (che sembra un salvagente).

Leggo in quarta che Garnier, da poco deceduto, è un autore molto prolifico e che ISBN pubblicherà altri suoi titoli. Questa è una buona notizia, l'unica forse nel panorama nazionale in questi giorni.

Di ritorno (3).


Approfittando della calura notturna di questi giorni ho finito "Games of thrones" e "Falling Skyes". Perfetta la prima (un bel fantasy politico con poche concessioni al magico) in crescita la seconda (l'ultima puntata almeno fa ben sperare), anche se, come per "The walking dead", trovo sconcertante la capacità di inserire in una prima stagione di 10 episodi appena, almeno 3\4 puntate assolutamente di riempimento. Va bene la crescita lenta delle sottotrame... ma vabbè.

Di ritorno (2).

Sulla spiaggia e in treno ho avuto abbastanza tempo per leggere.

Mi sono concesso un altro volume di Mankell ("La Leonessa Bianca").

Inciso: mi rimangono solo 4 volumi di Wallander da leggere, e questo mi rende un po' triste (ma sto meditando di rimpiazzarli con la serie Sjöwall e Wahlöö, Sellerio).


Cerco di tenermi i libri di Mankell per i periodi di ferie perchè sono rilassanti, avvincenti e non ossessivamente tempestati di colpi di scena. Come forse ho già scritto in passato, Mankell spende pagine su pagine per farci ascoltare i pensieri dei suoi personaggi, i loro discorsi, le loro ipotesi, conferendo alla narrazione un ritmo progressivo e piacevole. "La leonessa bianca" non fa eccezione: racconta una vicenda di respiro internazionale (con degli approfondimenti sul tema, particolarmente caro all'autore, del Sud Africa) e al tempo stesso segna un passaggio importante nella vicenda personale e privata del protagonista. Momento topico (da "I delitti della terza luna" di Harris in poi, direi): l'assassino si accanisce contro la famiglia del protagonista.

"Il Leopardo" di Jo Nesbø (secondo libro della mia estate cilentana) parte da lì. Harry Hole, detective talentuoso e maledetto (ma và?), è a Singapore immerso tra alcol e droghe (ma và?) per dimenticare le vicende del romanzo precedente (pubblicato però da Piemme) dove l'efferato serial killer Uomo di Neve ha minacciato la sua famiglia. Torna inevitabilmente in azione su un nuovo caso (ma và?). Rispetto a Mankell, Nesbø è sicuramente più pop (e più legato al modello originale de "Il silenzio degli innocenti"), non lesina i colpi di scena e le costruzioni complesse (ai limiti della credibilità) e dribla in modo un po' scoperto le insidie del vero procedural (che invece Mankell inserisce in modo brillante e coerente). "Il Leopardo" merita sicuramente la lettura, è un buon giallo con qualche invenzione e qualche colpo di scena decisamente riusciti. Immagino piacerà molto a chi ha apprezzato "Tre secondi" di Roslund & Hellström. Se invece siete degli estimatori di Anne Holt e del noir nordeuropeo meno hollywoodiano allora è sicuramente preferibile il libro di Mankell. Che poi a me, per qualche motivo, ha ricordato "Il quarto protocollo" di Forsyth, un libro che ho amato moltissimo.

Sulla scia dell'entusiasmo (questi erano comunque due bei libroni e sono volati via pagina dopo pagina in pochi giorni) mi sono buttato su "Educazione Siberiana" di Lilin. Interessantissimo ma narrativamente faticoso, un diario con il ritmo di un saggio... Ero a pagina 80 quando sono arrivato allo Joggi Avant Folk Festival. Ho visto il programma e ne ho approfittato per comprare "Arrovescio" di Francesca Chirico (Rubettino). L'ho letto al volo in vista della presentazione del giorno dopo (ma il giorno dopo sono rimasto 'ammare' quindi me la sono persa): delicatissimo, ironico e scandito da un linguaggio evocativo il libro della Chirico merita sicuramente. Caso ha voluto che dopo qualche giorno mi sia trovato a Badolato, dove il romanzo è ambientato, davanti a una tabaccheria che ospitava una piccola mostra di fotografie d'epoca, tra le quali alcune immagini dello "sciopero arrovescio" degli anni '50. Una storia bella, importante nella sua semplicità e splendidamente raccontata.

"Educazione siberiana" è lì sul comodino. Adesso lo finisco. Forse.

Di ritorno (1).

Agosto è stato decisamente generoso quest'anno. Sono passato da Palinuro a Joggi a Torre di Ruggiero nell'arco di dieci giorni. Paesaggi, persone. Una vacanza decisamente più ricca delle aspettative. Di ritorno a Modena mi sono rimesso al lavoro sulle cose rimaste in sospeso.

Mi sono accorto che alla fine non ho mai pubblicato due post che avevo in bozza e che faccio confluire qui. Poco prima di partire per le ferie ho avuto modo di rileggere "Zigo Stella". Un volume di una densità impressionante che in effetti va riletto almeno un paio di volte per essere apprezzato appieno. Maurizio Rosenzweig dispiega una potenza visionaria da guerra mondiale. In questo volume, sul piano visivo, c'è tutto: tavole che sembrano uscite da un libro di favole per bambini, visioni fantastiche e fantascientifiche da kolossal, scorci underground... Sul piano narrativo, complice anche un'impaginazione decisamente coraggiosa, le invenzioni si moltiplicano e la storia di Zigo si snoda arricchendosi di comprimari, sottotrame, parentesi e inserti. Bellissimo.

Altra lettura che è rimasta "in bozza" è "Retrivers" (sempre per Edizioni BD) di Matteo Scalera. Non sono ancora usciti tutti i volumi ma l'ormai prossima Lucca potrebbe essere un'ottima occasione per mettersi in pari... Matteo, oltre ad avere l'innegabile pregio di essere emiliano (vabbè di Parma, ma sempre emiliano è), è una delle matite più interessanti e versatili sulla piazza. In "Retrivers" si è cimentato anche con soggetto e sceneggiatura con ottimi risultati: è confortante verificare ogni tanto come ci siano autori italiani che riescono a inserirsi in un contesto culturale (e in questo caso parliamo dell'immaginario supereroistico da Ultimates a Next Wave) reinterpretandolo in modo efficace. A dimostrazione che è possibile scrivere di supereroi come oltre oceano (se non meglio). Sulla storia nel complesso scriverò quando sarà finita, ma i volumi usciti finora sono veloci, divertenti e disegnati magistralmente (e devo dire che il bianco e nero rende decisamente giustizia all'evoluzione del tratto di Matteo che, soprattutto sul piano dell'inchiostrazione, si è leggermente 'sporcato' crescendo in drammaticità e efficacia). Consigliatissimo.

L'ìle San Sourire.

La trovate recensita dal sottoscritto qui.

Being wired.

Come dicevo qualche tempo fa non riesco mai a essere del tutto allineato con l'attualità dell'intrattenimento. Vedo film spesso in DVD, leggo libri mesi dopo la loro uscita e le serie... beh, l'ultima serie vista in tempo reale credo sia stata X-files. Quindi inevitabilmente arrivo un po' lungo. Però me le gusto.

Mi mancano dieci minuti alla fine dell'ultima puntata dell'ultima stagione di "The Wire", quindi ne approfitto per scrivere prima di soccombere alla nostalgia di McNulty e Bubbles. Non c'è moltissimo da dire se non che si tratta di cinque stagioni semplicemente eccezionali, senza sbavature, ricche di un bestiario umano molteplice (leggi: 'una caterva di personaggi'), sceneggiate in modo inappuntabile, serrate, corali e soprattutto molto, molto credibili (ammettiamolo, per quando Vick Mackie abbia lasciato un vuoto incolmabile, The Shield non brillava per rigore procedurale). Consigliatissima.
Per la cronaca quello nell'immagina è Omar. E se non sai chi è non conti.

Il mio amico Leonardo (lo so, mi ripeto, ma se Leo è un genio mica è colpa mia) definì "Supernatural" la serie per "chi trovava Buffy troppo difficile". Ecco "Being Human" è all'altro estremo. Sta ai vari "Buffy" & Co. (detto senza alcun disprezzo) come "Misfits" sta a "Heroes". Ha qualche sbavatura di troppo sul fronte sentimentale (ma è quasi impercettibile), ma per il resto funziona, è veloce, curata, abbastanza spericolata per stupire e spaventare (non sempre, ma piuttosto spesso). E poi ha il merito di aver messo in scena uno dei vampiri più interessanti degli ultimi tempi: Herrick (soprattutto in preda all'amnesia) è un personaggio terrificante. Non è alto e tenebroso e no, non è affascinante. Un tipo di mezza età, cicciotto, stempiato e pallidino, uno che starebbe bene in curva a tifare Manchester con otto birre in corpo. Ma vecchio di duemila anni, un vero bastardo. Nota a margine, pare faranno un remake made in USA. Per darvi un'idea della mia fiducia nell'operazione riporto sotto il volto delle due versioni, UK e USA, del vampiro Mitchell. Giusto per dire che per sconfiggere la Madre Patria non è che basti sembre buttare due casse di thè a mare.

I cani di Riga.

Dicevo che stavo leggendo "I Cani di Riga" di Mankell.

La serie dedicata all'ispettore Wallander gode di una certa dose di fortuna per quanto mi riguarda. Il primo libro l'ho letto in viaggio di nozze in Svezia, contesto psicologico e geografico assolutamente ideale. Le copertine poi mi piacciono davvero molto nella loro semplicità un po' offensiva e anche la carta un po' grigia dell'edizione tascabile (non MAXI) non è affatto male. Non sono cose trascurabili perchè, alla fine, l'oggetto libro è fatto di tante cose, il testo, almeno per me, è solo una di tante. Forse la più importante, ma non sempre.

(alcune pagine del Signore degli Anelli sono e rimangono un pacco, ma averle lette di nascosto sotto le coperte con una lucina a molla dal voltaggio ridicolo le rende praticamente immortali.)

La saga di Wallander dicevo.
L'ho letta in disordine. Penultimo, secondo e ora il quinto. Ma non importa più di tanto. Mi sto perdendo forse la graduale evoluzione del personaggio, del suo rapporto col padre e con la figlia, del suo precario stato di salute... ma tutto sommato non è un problema.
E questa tutto sommato non è neanche una recensione de "I Cani di Riga". Non li recensirò tutti ad uno ad uno ma avevo comunque voglia di parlarne perchè rappresentano una magistrale narrazione dei percorsi mentali e del progressivo lavoro di ricostruzione che caratterizza il lavoro di indagine come tutti lo immaginiamo. C'è il dipartimento di polizia, ci sono i problemi sindacali, i turni, tutto ciò che fa grande un certo tipo di procedural appunto. Ma c'è anche la voglia di parlare del mondo, di uscire dalla Svezia, ogni tanto, con inserti di azione internazionale.
Ne "I cani di Riga" ci troviamo per dire sbalzati a Riga in una parte di romanzo che ha quasi dell'incredibile per lo scarto di ritmo che produce rispetto alla precedente, tanto che potrebbe sembrare quasi posticcia se non fosse che, in ultima analisi, è la quiete esatta e rasserenante dell'ambientazione principale a essere in qualche modo "fuori tono". Nei romanzi che ho letto finora la gente muore, ovviamente. Ci sono anche dei serial killer. Ma c'è anche uno scenario sociale che, per quanto in caduta libera verso una progressiva barbarie (almeno secondo l'autore), risulta talmente confortevole da creare delle fortissime differenze di intensità e di ritmo all'interno della narrazione.
Sopra a tutti, trnoeggia lui, Kurt Wallander, commissario rotondetto e umanissimo, incredibilmente noir nel suo costante travaglio personale, nel suo umano soffrire e nel suo intestardirsi oltre misura.
C'è davvero un po' di tutto nei romanzi di Mankell, l'esotismo dolente di una nazione dove le cose, (fino a prova contraria) funzionano, un protagonista noir ma non dissennatamente autodistrittivo, uno sviluppo serrato e realistico nel racconto delle indagini e qualche impennata di genere, che non guasta mai. Consigliato, soprattutto in vista dell'estate.

Finito Mankell e la Holt giuro che recupero in modo più filologico la questione del noir nordeuropeo.

Alla fine di un giorno noioso.

Non è ancora una recensione. Ma l'ho divorato in una notte (ok, mi ero anche strinato sulla spiaggia quindi non avrei dormito comunque ma sarei stato sveglio comunque...). La nuova avventura di Giorgio Pellegrini è veloce, violentissima e gelida. Pellegrini è talmente fastidioso e crudele che si sta male nello scoprirsi dalla sua parte. D'altronde, sull sfondo assolutamente reale e credibile di un Veneto\Italia totalmente allo sbando, ci rimedia pure una bella figura. E questa è la lezione più dura. Non lo consiglierei agli stomaci più deboli (è decisamente più diretto e crudele di molte altre opere dello stesso autore).

Parentesi. Un giorno capirò come due persone (per quel poco che ho potuto vedere) umanamente incantevoli come Massimo Carlotto e Valerio Evangelisti riescano a creare su carta gli unici bastardi imperdonabili e irredimibili della letteratura italiana. O forse se avrò occasione lo chiederò a loro, anche se la risposta mi spaventa un po'.

PS - In parallelo sto leggendo "I cani di Riga" di Henning Mankell. Altro pianeta, altra durezza dei personaggi. Ma conferma che, a tutte le latitudini e in tutte le sue declinazioni, il noir rimane il genere etico per definizione. Magari ci sarà anche modo di riparlarne.

Prima!

Finalmente esce la mia prima (spero non ultima) recensione su Lo Spazio Bianco. Le prossime saranno sempre su volumi francesi, inediti (si suppone per poco) in Italia. Trovate la recensione di Yaxin Le Faune qui.